La diaspora di Kinmen - 金門出洋故事展 | Kinmen Rising Project


La diaspora di Kinmen - 金門出洋故事展

Nel 15° secolo, le grandi potenze navali europee intrapresero numerose spedizioni allo scopo di esplorare nuove rotte e territori. Creare nuove relazioni commerciali, scovare risorse ed annettere nuovi territori ai propri imperi, questi gli obiettivi del colonialismo europeo che estese il suo dominio a macchia d’olio su gran parte del globo terrestre.
flickr-16030800114.jpgDal 16° al 18° secolo, le flotte di Olanda, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo, doppiarono Capo Horn per raggiungere le Indie Orientali, le isole del Pacifico e tutti i territori circostanti, sconvolgendo millenari equilibri e modificando per sempre i destini di milioni di persone.
La Cina fu costretta, col Trattato di Nanchino del 1842, ad aprire cinque dei suoi porti alle navi straniere. Uno di questi era quello della città di Xiamen - 廈門, a soli 2Km di distanza dall'arcipelago di Kinmen. La conquista delle nuove colonie portò ad una forte richiesta di mano d'opera a bassissimo costo: operai, commercianti, contadini, marinai e così via. L'estrema povertà della popolazione cinese dell'epoca giocò a favore delle potenze straniere, che sfruttarono tale situazione a proprio vantaggio. A decine di migliaia furono imbarcati dalle coste del Fujian e Guangdong e portati a lavorare nelle colonie, nonostante il divieto imposto dal governo Qing di prestare la propria opera in favore degli stranieri. Poveracci senza alcun mezzo di sussistenza, ma anche gente in cerca soltanto di un'opportunità, di una vita migliore, affrontarono lunghi e pericolosi viaggi per giungere a destinazione. Profughi economici, come diremmo oggi. Col trattato di Pechino del 1860, l'esodo di massa venne legalizzato e consentito dal governo Qing.
 

Proprio in quell'anno iniziò un fenomeno destinato a cambiare per sempre l'arcipelago di Kinmen e la vita dei suoi abitanti: la diaspora di Kinmen.



flickr-16637738885.jpgAnche quelle isole furono infatti interessate dal suddetto fenomeno migratorio, che si sviluppò in tre ondate. La prima, come detto, a partire dal 1860, quando una serie di disastri naturali si abbatterono sul territorio, impoverendo i raccolti.
La seconda dal 1912 al 1929, all'alba della nascita della Repubblica di Cina; un periodo di instabilità politica ed economica, con i signori della guerra che imperversavano e flotte di pirati che saccheggiavano di continuo le coste del sud della Cina. Di contro, le colonie offrivano stabilità, sicurezza ed opportunità lavorative.
La terza ondata migratoria si ebbe fra il 1937 ed il 1945, nel periodo che va dal conflitto sino - giapponese alla fine della seconda guerra mondiale. Fu proprio quest’ultima a spingere nuovamente gli abitanti di Kinmen a lasciare la propria terra.

flickr-16902939716.jpgDiversi furono quindi i fattori che spinsero la popolazione, prevalentemente di sesso maschile ed in età lavorativa, a cercare fortuna altrove; un sogno che per alcuni si trasformò in realtà, ma che per molti altri terminò in tragedia. Taluni fecero ritorno, altri invece si stabilirono permanentemente all'estero, senza però dimenticare mai le proprie radici.

Dal porto di Xiamen, gli abitanti di Kinmen si imbarcavano per Giappone, Filippine, Malaysia, Indonesia, Brunei, Singapore, Vietnam, Thailandia. Nel periodo dell'ultima migrazione, le rotte principali erano dirette verso il Giappone, e soprattutto da Xiamen a Singapore, e da lì verso l'Indonesia oppure la Malaysia e quindi verso Luzon (Filippine), od altre destinazioni.
 

 

La separazione - 分離


flickr-27950247807.jpgGli uomini di conseguenza erano costretti ad abbandonare le proprie famiglie. I mariti lasciavano sulle spalle delle mogli la cura dei figli ed il mantenimento; spesso finivano col costruirsi delle nuove famiglie all'estero, aggiungendo nuovo dolore alle già disperate vicende familiari. La bigamia era piuttosto frequente, e le donne di Kinmen spesso non potevano far altro che sopportare in silenzio, serbando il dolore nel proprio petto, consce del fatto che il denaro spedito (forse) dal marito fedifrago fosse l'unica reale risorsa per permettere al resto della famiglia di sopravvivere. Potete leggere una testimonianza reale di ciò, in inglese o cinese mandarino, su questo sito: hermestranstudio.weebly.com Tutte le famiglie di Kinmen videro una più di tali vicende al proprio interno. flickr-16030791504.jpgQuando però le rimesse non giungevano più, o perché l'uomo abbandonava in modo definitivo il precedente nucleo familiare, o per reale impossibilità economiche, o addirittura per cause di morte, nuovamente la donna si ritrovava a dover affrontare da sola un destino avverso e crudele, per sé e per i figli, ma anche per gli anziani del nucleo familiare. Non si può ignorare la grande tragedia nella tragedia che colpì quelle giovani donne, abbandonate, tradite, condannate ad un'esistenza solitaria, spesso anche socialmente emarginate, in povertà, e con altre bocche da sfamare; date le condizioni estreme di vita, i bambini talvolta non riuscivano nemmeno a sopravvivere. Non si può non provare empatia per chi trascorse la propria esistenza sospesa nell'attesa di un utopico ritorno, o soltanto di un pezzo di carta scritto a mano all'interno di una busta impregnata di umidità; parimenti non si può non provare ammirazione per quella profonda devozione alla famiglia che da sempre contraddistingue le donne di Kinmen. Donne che invecchiarono, senza più nulla, senza figli che potessero proseguire la stirpe, e con una famiglia alle spalle che col passare degli anni divenne sempre più esigua. Una vita in solitudine, una morte in solitudine. Vedove bianche le chiameremmo in Italia.

Da questa pagina buia della diaspora di Kinmen ha tratto vigore il folklore locale, con canzoni e poesie che narrano le tristi storie di mogli e figli abbandonati, e che ancora oggi possiamo ascoltare grazie alla tradizione orale che le trasmette.
 

Le rimesse - 匯款


Tuttavia, la diaspora non portò soltanto lutti e dolore. Se molti furono gli emigranti che patirono inumane sofferenze o che perirono prematuramente per varie cause, ci fu anche chi fece fortuna. Chi più, chi meno, gli espatriati inviavano parte del denaro guadagnato a casa. flickr-16605798307.jpgIn alcuni casi si trattava di piccole fortune, che all’epoca contribuirono fortemente allo sviluppo dell'arcipelago. Di ciò troviamo traccia nelle abitazioni in stile occidentale sparse un po' ovunque; costose, esse servivano a dimostrare il successo dell'uno o dell'altro espatriato, e più grande e magnifica era l'abitazione, maggiore prestigio ne ricavava la famiglia. Il denaro fu inoltre utilizzato per la costruzione di scuole e strutture di pubblica utilità, così che l'intera comunità ne potesse beneficiare. Sebbene risentano del passare degli anni, ancora oggi possiamo ammirare la maestosità di tali edifici in stile occidentale, la cura dei particolari, l'estro degli architetti che riuscirono a fondere stili diversi e costumi locali in qualcosa che non ha pari nel mondo. Edifici a testimonianza dei fasti che furono delle rispettive famiglie, ma anche di tutte le lacrime e del sangue versati. Un modo per "onorare il proprio passato e benedire il futuro". Spesso troviamo esternamente delle decorazioni a parete, intese proprio a tale scopo: gli ideogrammi "doppia felicità", svastiche buddiste frammiste a tessere a carattere floreale per augurare prosperità e discendenza.
flickr-28982484808.jpgUno dei primi esempi di edificio in stile occidentale, o yánglóu - 洋樓, si trova presso il villaggio di 歐厝 - Oūcuò. Si tratta di Oūcuò Ōuyáng Zhōngyuǎn Western-style House - 歐陽鐘遠洋樓 (potete trovarlo anche col nome 順天洋樓), costruito fra la fine della dinastia Qing ed i primi anni della Repubblica di Cina. Oggi è una pensione con annessa casa del té / caffetteria, di proprietà di un membro dello stesso clan Ōuyáng, che lo fece costruire.
flickr-41091105500.jpgIl suo proprietario originale, Ōuyáng Zhōngyuǎn, migrò da Kinmen in Malaysia, in una località chiamata Lóng yǐn - 龙引, (Rengit in malese, provincia di Johor a sud di Malacca). Lì inizio a lavorare come pescatore, successivamente intraprese un'attività di trasporto con la sua barca; trasportava merci per drogheria da Singapore a Lóng yǐn, mentre da quest'ultima a Singapore riportava pesce salato, olio di cocco, ed altri prodotti locali. Gli affari andarono bene, così egli poté aprire un emporio, e lo chiamò "Kin Seng Huat" - 金成發 (jīnchéngfā). Grazie ai guadagni allargò lo spettro delle proprie attività, acquisendo altri esercizi commerciali ed industrie, tanto da arrivare a possedere circa la metà di quelle esistenti a Lóng yǐn - 龙引. Ōuyáng Zhōngyuǎn divenne così "Boss Yuǎn". In seguito fece costruire una scuola nella medesima località, ed inviò cospicue rimesse a Kinmen, che servirono per la costruzione di nuovi edifici. Nel tempo, il nome dell'emporio mutò in "Kin Ken Huat"; visto il successo del capostipite, altri parenti della famiglia Ōuyáng giunsero da Kinmen per lavorare con l’ormai celebre uomo d’affari, fornendo anche loro il proprio contributo al benessere del clan. Ōuyáng Zhōngyuǎn fu così in grado di costruire un vero e proprio impero commerciale. Anche i membri di altre famiglie li raggiunsero, impiegati come mano d'opera o nell’indotto. D'altro canto però il prezzo del successo venne pagato, come già anticipato, con la separazione dei membri di numerose famiglie.

flickr-41008910810.jpgGli emigranti di Kinmen, abituati al duro lavoro, si facevano apprezzare per l'instancabile operosità; il loro scopo era quello di guadagnare il più possibile per poter inviare il denaro necessario al mantenimento delle famiglie lasciate a Kinmen. Non si concedevano alcun lusso, la loro era una vita fatta di fatica e privazioni, spesso non avevano scelta: rimanere a Kinmen nell'incertezza di un futuro offuscato dalle guerre e dai pirati, o tentare la fortuna altrove?

Per chi lavorava all’estero si presentava però un problema: come fare per inviare a casa il denaro, in un'epoca di conflitti, dove il normale servizio postale non esisteva più? Ecco dunque un altro interessante aspetto legato alla diaspora.
Nella società cinese, basata sui legami familiari e sui rapporti di fiducia personali, non era difficile pensare di poter affidare il proprio denaro a qualcuno che si conosceva. Certo difficilmente avrebbero affidato i propri risparmi a qualcuno della propria etnia, ma proveniente da un'altra provincia e quindi sconosciuto; anche perché, non dimentichiamolo, all'epoca il cinese mandarino non era lingua franca come oggi, ognuno parlava il dialetto della propria provincia o città. Aguzzando l'ingegno, gli emigranti istituirono un vero e proprio servizio postale parallelo, che dal luogo di lavoro andava a Kinmen e vice versa, avvalendosi di persone fidate. flickr-16627158486.jpgPeriodicamente, di solito in concomitanza col Capodanno cinese, un postino si recava per esempio a Singapore, centro di smistamento della penisola, raccogliendo lettere, soldi, e scrivendo egli stesso le missive sotto dettatura, per chi era analfabeta. Si recava poi a Kinmen ed inoltrava il tutto ai destinatari, raccogliendo poi le risposte, che confermavano il ricevimento del denaro. Una volta tornato a Singapore, riceveva il proprio compenso. Tale sistema veniva utilizzato anche in altre nazioni ove si trovavano altre comunità di migranti.
Lettere e denaro legavano profondamente gli espatriati con le proprie radici, tenendo in qualche modo unite le famiglie. Curiosamente però, i bambini dell'arcipelago attendevano con trepidazione il ritorno degli espatriati per un altro motivo: i biscotti! Proprio così, i biscotti degli emigranti erano una vera e propria delizia, ed i giovani si mettevano impazientemente in fila, aspettando il proprio turno per riceverne due da chi ritornava a casa. Non solo i propri figli, ma tutti i bambini del villaggio potevano averne, come si direbbe oggi "fino ad esaurimento scorte". Può sembrare sciocco al giorno d'oggi esaltarsi tanto per due biscotti, ma la loro situazione non era tanto diversa da quella dei bambini nostrani del dopoguerra, che attendevano con ansia il passaggio delle truppe americane per una gomma da masticare od una barretta di cioccolato. Per loro, quella era la cioccolata più buona del mondo, come i biscotti lo erano per i bambini di Kinmen. D'altro canto, l'elargizione di biscotti era un simbolo di prestigio: solo chi aveva realmente fatto fortuna poteva permettersi tale lusso, elargire i biscotti non solo alla propria famiglia, ma anche a tutti i bambini del villaggio.
 

Le comunità di espatriati - 移民人士社會


Da sempre le comunità di emigranti tendono a raggrupparsi, a creare delle comunità con i propri simili. In tutto il mondo si conoscono i quartieri come Chinatown, Little Italy, Koreatown, Japantown, Little Egypt, Little Ethiopia, Little Saigon, Little Bangladesh, Little India, ecc. Anche gli espatriati di Kinmen tentavano di ritrovarsi e stringere rapporti. Le organizzazioni di migranti che talvolta sorgevano, aiutavano le persone a trovare familiari e conoscenti, ed erano spesso situate presso i templi che via via sorsero, ove si pregavano le divinità di Kinmen. Si trattava di importanti punti di ritrovo, e chi cercava dei conoscenti che sapeva essere in zona, era sicuro di poterli prima o poi incontrare in quei luoghi, ove la religione diveniva perciò un importante fattore di aggregazione. Il tempio di Ēnzhǔ, 恩主廟, e quello di 蘇王爺 - Sū wángyé, divinità appartenenti al Taoismo, erano, e sono ancora oggi, fra i più popolari. Per esempio a Malacca (25, Jalan Tokong, Kampung Dua, 75200 Melaka, Malesia) si trova Cheng Hoon Teng Temple, dedicato a quelle divinità, mentre a Kinmen, nel villaggio di  Oūcuò - 歐厝, da cui proveniva il succitato Ōuyáng Zhōngyuǎn, si trova Wǔxiǎn miào - 五顯廟, ove si venerano Jinwangye, Suwangye, Erfuwangye, Wansuiye, e Guangzezunwang. I templi fungevano da centri di prima accoglienza, come diremmo noi oggi, con dei dormitori annessi che vennero successivamente dismessi.
Questi centri subirono un'evoluzione nel corso degli anni; inizialmente, come detto, le comunità si radunavano intorno ai templi con anche funzione di centri d'accoglienza; successivamente, col decadere della funzione di dormitori, essi si trasformarono in una sorta di centro culturale e ricreativo, dove gli emigranti di Kinmen si ritrovavano alla fine del proprio turno di lavoro, per bere tè e chiacchierare con gente della propria terra, che parlava la stessa lingua. A tal proposito bisogna far presente che al tempo della diaspora, ed ovviamente anche prima, il senso di identità di un cinese, in senso lato, era piuttosto ambiguo. La Cina di oggi non esisteva, ed in seno all'impero Qing le divisioni erano forti fra le diverse etnie. Non che ora non lo siano...
 

I rapporti con le altre comunità cinesi di espatriati - 與其他中國團體的關係


L'immigrazione cinese nella penisola malese iniziò nei primi anni del 1400, durante la dinastia Ming, quando l'imperatore Yǒnglè - 永樂 (23 Gennaio 1403 – 19 Gennaio 1425), nato Zhūdì 朱棣, intraprese una serie di mitiche spedizioni che portarono le sue navi fino in Africa, Medio Oriente, India ed Indonesia; secondo ipotesi piuttosto fantasiose (ipotesi del 1421) anche in Groenlandia, Australia, Nuova Zelanda ed America. Al comando del leggendario ammiraglio eunuco Zhèng Hé- 鄭和 (1371–1433 o 1435) i Cinesi arrivarono nella Malesia Peninsulare nel 1409, stabilendo una guarnigione presso il Regno di Malacca. Da quel momento in poi, diverse ondate di emigranti cinesi giunsero in quel territorio, e vi si stabilirono. Essi provenivano principalmente dalle zone del sud della Cina: Fujian, Guangdong, Chaozhou, Hainan, compresi anche esponenti del gruppo linguistico Hakka, provenienti dalle zone del sud – est della Cina. Voyages of Zheng He (1405 - 1433) during Ming Dynasty. Author:SY. CC BY-SA 4.0Quindi si trattava di una moltitudine di persone provenienti da luoghi diversi, ognuno con i propri usi e costumi, che parlavano dialetti o lingue diverse. Per tale motivo tendevano a non mischiarsi con gli altri gruppi ed a costituire comunità autonome. Gli abitanti di Kinmen non costituivano certo un'eccezione, anzi; si può forse azzardare che data la limitata estensione delle propria patria, lì avessero ancor meno contatti con genti di altre regioni, rispetto a chi viveva per esempio nel Guangdong o nel Fujian, e pertanto tale isolamento fosse stato mantenuto anche nelle comunità di espatriati, ma questa è una mia personale speculazione: più una comunità è piccola, più questa tende ad essere coesa e compatta, ed ad isolarsi dal resto del contesto. Questo lo si può spesso osservare ancora oggi nelle varie comunità di migranti sparse per il mondo. Per un motivo o per l'altro, che sia vero o meno, ancora oggi è luogo comune in Italia che quella cinese sia una delle comunità più schive e refrattarie all'integrazione.
In quegli anni la chiusura di tali comunità e l'isolamento, portarono alla nascita di sentimenti oggi a noi ben noti, come la diffidenza verso il prossimo, l'egoismo, un'insana concorrenza e competitività fra poveracci. Ciò talvolta sfociava in scontri e violenza fra gruppi di diversa provenienza. Sarebbe forse improprio parlare di vere e proprie gang visto che, per quanto ne sappiamo, generalmente non vi fossero sottintese attività illegali come invece accade per la mafia a Taiwan al giorno d'oggi. Fatto sta che anche le genti provenienti da Kinmen si scontravano con le altre comunità presenti, utilizzando armi rudimentali come bastoni, asce, comuni strumenti di lavoro. I motivi di tali conflitti potevano essere diversi, dal danneggiamento di possibili concorrenti a quelli più futili, come accade ancora oggi: un'occhiata storta, uno sguardo di troppo ad una donna, semplice antipatia, bullismo sul luogo di lavoro. Quando accadevano tali scaramucce, qualcuno correva al centro culturale ad avvisare gli altri, e da lì partivano poi le spedizioni. È sorprendente come tali dinamiche sociali siano ancora molto attuali e ricorrenti anche da noi in Italia...
Gli abitanti di Kinmen erano famosi per il loro senso di unità ed appartenenza, per la coesione ed il cameratismo, che costituirono le basi per il successo delle varie società o dei centri di espatriati dislocati all'estero. flickr-16465511588.jpgIn tal modo l’identità, la cultura e le radici poterono essere trasmesse con successo anche alle nuove generazioni.
Le società di espatriati all'estero contribuirono al successo delle comunità in diversi modi; favorendo l'integrazione dei nuovi arrivati, incentivando l'apprendimento della propria cultura e mantenendo stretti rapporti con la terra di origine, ma soprattutto aiutandosi gli uni con gli altri.
Un esempio di tale altruismo lo possiamo constatare rispetto a quanto accadde nell’isola di Pulau Ketam - 吉膽島 (Isola del Granchio Rosso), a 12 miglia nautiche da Port Klang. Laggiù vivono oggi circa 200 espatriati di Kinmen, impiegati in attività di pesca. L'isola è infatti considerata il più grande villaggio di pescatori della Malesia, ricoperto interamente da mangrovie e ricco di risorse. Non esistono strade pubbliche ed automobili, e le case sono in realtà delle palafitte, a causa dell'alta marea che sommergerebbe l'abitato. In quel luogo esiste un'associazione di espatriati denominata Persatuan Kim Moh Kang, nata nel 1952. Nel 1967 un grande incendio distrusse 180 abitazioni, compreso l'edificio che ospitava la stessa associazione. Ebbene, con l'aiuto della madre patria, nel 1971 esso subì una prima ristrutturazione, e nel 1987 venne ulteriormente ristrutturato ed ampliato. Curioso è il fatto che anche in quel luogo esistessero conflitti fra due diverse comunità cinesi, quella di Chaozhou e quella del Fujian; con l'istituzione dell'associazione di espatriati di Kinmen, le schermaglie andarono via via scemando, grazie all'opera di intermediazione loro offerta, ed evidentemente apprezzata da ambo le parti. Gli espatriati di Kinmen si trovarono molto bene a Pulau Ketam - 吉膽島, sotto diversi aspetti era simile alla loro terra d'origine: una piccola isola, ricca di risorse per la pesca, che però col passare del tempo iniziò a soffrire dello stesso male: molti giovani la abbandonarono in cerca di nuove opportunità, tanto che oggi, al pari di Kinmen, anche lì la popolazione è costituita prevalentemente da anziani e giovanissimi.
 

Il contributo degli espatriati di Kinmen alla resistenza anti Giapponese - 金門僑胞捐款抵抗日本


Japanese Empire 1870-1942. By Kokiri at English Wikipedia, modifications by Huhsunqu and Markalexander100. CC 3.0La terza ondata migratoria dall'arcipelago di Kinmen si verificò, come precedentemente anticipato, all'indomani dell'invasione dei Giapponesi. Nel 1937 iniziò il conflitto sino - giapponese; il 26 ottobre dello stesso anno, le truppe del Sol Levante invasero l'arcipelago. Nei giorni precedenti ed in quelli immediatamente successivi, in molti fuggirono, prima verso Xiàmén - 廈門 o qualche altra località vicina, e poi verso quei lidi lontani ove già risiedevano parenti ed amici. Fughe frettolose, lasciando indietro tutto, tranne quel poco che potevano trasportare. Di lì a poco, l'esercito invasore avrebbe iniziato a bombardare Xiàmén - 廈門, rendendo impossibile il viaggio. flickr-31282687036.jpgInutile dire che quelli furono anni terribili per la popolazione, e chi riusciva a scappare aveva dinnanzi a sé ancora molti pericoli. Singapore era una delle tappe intermedie, soprattutto per coloro i quali erano diretti verso la Malaysia. Purtroppo non potevano sapere che poco tempo dopo, i Giapponesi sarebbero arrivati anche lì. Il giorno 8 dicembre 1941, le truppe da sbarco iniziarono l'invasione della penisola malese presso Kota Bharu, nello stato del Kelantan. Sottoposti al dominio dei conquistatori, gli emigranti videro un peggioramento delle proprie condizioni di vita, ma da tale difficile situazione, essi trassero ulteriore forza e spirito di coesione. Le associazioni si organizzarono per raccogliere denaro ed aiuti da spedire in patria, e le differenze che avevano diviso i vari gruppi etnici scemarono, per far fronte contro il nemico comune. Successivamente iniziarono a supportare i membri della resistenza, alcuni dei quali partivano da regioni confinanti per brevi incursioni sul territorio occupato, per poi ritirarsi. Ovviamente i Giapponesi non stettero a guardare, ed effettuarono numerose rappresaglie contro coloro i quali furono sospettati di atti di ribellione e tradimento. Tra questi anche molte persone provenienti da Kinmen, che vennero catturate e giustiziate, i loro corpi sepolti lontano da quella terra che li aveva generati ed a cui non avrebbero mai più fatto ritorno. Negli stati di Johor, Bahu Patat e Muar, fra gli altri furono uccisi Ouyang Zhaole, Zheng Tianzai, Lin Qinfang e Yan Qinwen.
 

Successo e fallimento - 成功與失敗


flickr-16812009912.jpgLa storia degli emigranti di Kinmen fu costellata di fatica, privazioni e sofferenza, come del resto quella di tutti i migranti. Tuttavia ci fu chi riuscì a raggiungere il successo. All'inizio la vita era comunque difficile per chiunque. Chi lavorava nella pesca, chi nei trasporti, chi faceva il manovale, chi con un po' d'istruzione riusciva a trovare un'occupazione di concetto, per esempio come contabile. Si cercava sempre di risparmiare per poi riuscire ad avviare un'attività propria, allo scopo di poter guadagnare di più. Ciò che sorprende è l'abilità di quelle persone, di riuscire nei campi più disparati, anche a fronte di periodi di crisi più o meno gravi. Alcuni divennero vere e proprie personalità di successo, riuscendo a costruire degli autentici imperi.

Ad esempio Tan Sri Dato' Seri (Dr) Yeoh Tiong Lay - 楊忠禮 (clan Yang - 楊祖), che dopo un periodo di apprendistato presso lo zio, fu in grado col padre di trasformare il periodo difficile della guerra in un'opportunità, riuscendo in seguito a consolidare ed incrementare il proprio giro d'affari. Quello che fu il suo gruppo, YTL Corporation, è oggi una delle maggiori compagnie cinesi all'estero, una delle più grandi dell'intera Malaysia, e la ricchezza della sua famiglia è stimata (dato ottobre 2017) in 3 miliardi di US$. Oltre alle sue abilità di uomo d'affari, era conosciuto anche per la filantropia; molte istituzioni scolastiche ed educative, così come associazioni caritatevoli fruirono infatti delle sue generose donazioni. Impegnato anche in politica, ricevette alcune prestigiose onorificenze.

Molti però non ebbero fortuna. In una terra straniera, lontano dai propri affetti, non riuscirono a trovare la propria strada, e si persero nel gioco d'azzardo, nelle droghe, nella prostituzione. Tornare indietro significava ammettere il proprio fallimento, dinnanzi alla famiglia, ai conoscenti ed agli antenati. Una vergogna per molti insostenibile, tanto da preferire di scomparire lontano da tutto e da tutti, senza mai più rivedere i propri cari. In pochi ebbero il coraggio di tornare a casa con le tasche vuote, nonostante l’affetto dei familiari.
 

L’eredità della diaspora - 僑民遺產


flickr-16450330710.jpgSono passati decenni dalla diaspora di Kinmen. Gli emigrati di seconda e terza generazione che sono rimasti all'estero si sono integrati e conducono la loro vita. Parlano la lingua del luogo, ma anche quella dei progenitori, il dialetto di Xiàmén - 廈門 del mĭnnányŭ - 閩南語. Cosa sanno le nuove generazioni della terra dei padri, quali i loro sentimenti ed atteggiamento verso di essa? Le associazioni di espatriati ancora oggi fungono da punto di incontro e di preservazione delle radici; col passare del tempo i vecchi muoiono, e pertanto si cerca di coinvolgere i giovani nelle numerose attività, in modo tale da preservare il senso d'identità. I luoghi d’incontro fungono da raccordo fra la terra natia ed i suoi figli sparsi nei vari paesi. Grazie all'opera di istituzioni, volontari ed educatori, l'antico legame viene preservato e perpetuato. Ovunque siano, un espatriato e la sua stirpe, i 落番, saranno sempre e comunque legati indissolubilmente a Kinmen, o almeno ce lo auguriamo. Fra 100 anni magari non sarà più così, ma la chiave che auspichiamo permetterà di perpetuare il legame sono i giovani. Sarà infatti compito loro continuare l'ottimo lavoro svolto dalle diverse associazioni di espatriati, a patto che queste ultime riescano nell'arduo compito di inculcare in essi il senso d'identità e di appartenenza. Non si tratta di un compito facile, i giovani al giorno d'oggi sono presi da mille altre faccende, e talvolta risulta difficile riuscire a far convivere il proprio senso d'identità con l'integrazione nei paesi d'adozione; lo possiamo constatare con gli immigrati di seconda e terza generazione che vivono in Italia. Si tratta di un problema di non facile soluzione ma che forse è più sentito in Europa ed Occidente di quanto non lo sia nel Sud Est Asiatico. Sicuramente è più facile mantenere la coesione nei momenti di difficoltà, mentre quando va tutto bene gli individui tendono ad allontanarsi dal gruppo, in cerca magari di nuove opportunità. Poiché in questo momento storico si può affermare che le condizioni di vita degli espatriati di Kinmen siano sicuramente migliorate rispetto ad alcune generazioni fa, possiamo azzardare l’ipotesi che anche il fattore sociale di aggregazione sia divenuto più flebile per qualcuno. Vero è che il modello educativo e culturale, molto diverso rispetto a quello italiano ed europeo, può ancora contare su di un forte influsso ed autorità sui giovani. Per questi ultimi spesso valori come il rispetto (delle volontà) della famiglia e delle generazioni più in là con gli anni hanno tutt'ora una certa presa. Contemporaneamente però, quando ci si allontana di casa, come solitamente la vita porta a fare, anche i legami tendono a scemare, per poi tornare magari a rinforzarsi col passare degli anni. Il futuro non è dunque privo di incognite, la catena che lega gli espatriati con la madre patria dovrà attrezzarsi per fronteggiare nuove sfide che il trascorrere del tempo imporrà.

A nostro personalissimo giudizio, per quanto possa valere, ci sarebbero alcuni punti su cui focalizzarsi:

    • Volontà politica ed individuale
Le relazioni fra espatriati e madre patria possono avvenire sostanzialmente a due livelli: quello individuale e quello istituzionale. Le singole persone devono sentire la necessità di proseguire e consolidare le relazioni fra espatriati e la madre patria, in ambedue le direzioni. In mancanza di questa volontà, ogni sforzo sarebbe inutile. Parimenti si rende necessaria anche una volontà politica, in quanto senza il supporto delle istituzioni, anche sotto il profilo finanziario, il mantenimento della cooperazione al livello più alto risulterebbe alquanto difficoltoso se non impossibile.

    • Educazione e formazione delle nuove generazioni
I giovani di Kinmen e delle comunità all’estero rappresentano il futuro. Non si può pensare di mantenere a lungo la memoria e le relazioni fra i territori senza coinvolgerli. A tale scopo sarebbe auspicabile intraprendere dei percorsi didattici allo scopo di fornire loro sia gli elementi di base della storia e della cultura comuni (soprattutto riguardo alla diaspora), che il know how necessario a partecipare e gestire le associazioni di espatriati all’estero, piuttosto che la creazione di eventi, l’organizzazione dell’ospitalità a Kinmen e la partecipazione alla vita dell’arcipelago. Terremmo a sottolineare l’importanza di quest’ultimo aspetto: per essere parte di un gruppo, di una comunità, di un territorio, la partecipazione è fondamentale. Questa dovrebbe essere  promossa, sollecitata ed incentivata nei tempi e nelle modalità più appropriati, tenendo ovviamente conto delle diverse problematiche.

    • Capacità di affrontare il cambiamento
È inevitabile che col passare del tempo il mantenimento delle relazioni debba affrontare nuove sfide.
La società civile si modifica: cambiano per esempio le relazioni all'interno della famiglia. Come per i residenti di Kinmen così per gli espatriati, ma non necessariamente nello stesso modo.
Cambiamento nel tempo del senso d’identità e di appartenenza degli espatriati con particolare riferimento ai giovani: come bilanciare l’integrazione sociale con le proprie radici? Quali iniziative e programmi attuare per riuscire a coinvolgerli?
Nuovi metodi di comunicazione: se nei decenni passati si utilizzavano solo lettere e fotografie, oggi con le nuove tecnologie è più facile mantenersi in contatto: oltre alle comuni piattaforme ed applicazioni personali utilizzati al giorno d’oggi, come Facebook, Line, utilizzate prevalentemente per le relazioni interpersonali (quindi un tipo di comunicazione più diretta ed informale, vicina alle esigenze dei giovani) si potrebbe pensare di implementare dei social network dedicati o delle piattaforme web per facilitare la condivisione delle esperienze e best practices ad un livello più elevato, istituzionale, ma che permetta anche l’interazione con singoli individui e clan familiari. Qualora ciò venisse preso in considerazione, tali piattaforme potrebbero anche rivelarsi utili per la stesura di eventuali protocolli d'intesa fra soggetti interessati all'implementazione e gestione di progetti di interscambio.

Vogliamo ribadirlo ancora una volta: quanto sopra esposto rappresenta una mera riflessione personale, non è nostra intenzione consigliare o suggerire alcunché ad alcuno; da osservatori esterni non abbiamo tale presunzione, e nemmeno titolo e competenze.

Nel 2016 La contea di Kinmen istituì un ufficio col compito di mantenere i legami con gli espatriati. Esso ha provveduto nel tempo ad inviare del personale in alcune aree del Sud-est asiatico, e grazie anche alla collaborazione del Ministero dell'Educazione e dei gruppi di espatriati, sono stati implementati degli scambi culturali ed educativi fra il governo locale e le comunità all'estero. L'università di Quemoy poi offre corsi di lingua malese, mentre alcuni studenti del dipartimento di lingua cinese sono stati inviati in Indonesia come insegnanti. Inoltre secondo Wu Cheng-tien, vice commissario della contea, molti figli e nipoti di espatriati si iscrivono proprio all'università di Quemoy, segno di un legame ancora vivo ed attuale.

 

A Miracle in Time: an exhibition about Kinmenese diaspora and the idea of home - 奇蹟的發生


flickr-8288814698.jpgA completamento di quanto sopra scritto, ricordiamo che nel 2014, a conclusione di un lungo programma di ricerca, lo studio The Local Methodology - 敬土豆 di Jīnchéng – 金城, col supporto di istituzioni locali, propose una serie di eventi, tra cui una mostra, atti a presentare la gran mole di materiale raccolto riguardante la diaspora. Si trattava di testimonianze orali registrate, video e fotografie, lettere personali, informazioni ed altro. I dati raccolti sono stati archiviati (da qualche parte), in modo tale che possano rimanere a disposizione delle future generazioni, e non vadano invece persi col trascorrere del tempo. Un’iniziativa molto importante per la preservazione della memoria storica, che a nostro giudizio dovrebbe essere ulteriormente promossa, valorizzata, ed ampliata nel tempo, magari andando ad esplorare nelle comunità all’estero quanto rimasto del retaggio storico e culturale di Kinmen. Tuttavia si tratta di un mero auspicio, le difficoltà nell’attuare progetti a così ampio respiro sono molteplici, non ultime quelle di carattere economico.
 

Conclusione - 結論


flickr-40724722442.jpgL’eredità socio culturale lasciata dalla diaspora costituisce uno dei pilastri fondamentali di ciò che è divenuto oggi l’arcipelago Kinmen. Senza di essa la storia del territorio e dei suoi abitanti sarebbe stata molto diversa. I fasti degli edifici in stile occidentale costituiscono soltanto l’aspetto superficiale, visibile di un fenomeno che consentì un generico incremento delle condizioni di vita; strade, ponti, edifici pubblici e scuole che permisero l’alfabetizzazione ed il successivo miglioramento del tasso di istruzione. Una vera e propria rinascita da periodi bui, pagata però a caro prezzo. Proprio tale infinita tenacia, attaccamento alle proprie radici, e l’ammirevole capacità di resilienza costituiscono, a nostro personale giudizio, la ricetta per la risurrezione ed il successo di un popolo che, nonostante le incredibili avversità, non si arrese mai. Continuando sulla medesima strada,con la benedizione dei loro antenati, il futuro di quelle genti potrà essere ancora luminoso e ricco di soddisfazioni, ovunque esse si troveranno.

 

Fonte: DVD The Quest - 落番 [機關 / 金門國家公園管理處, 出版日期 / 2011-01, Publisher Mao-chun Chen, Producer Benson Chang]
Nda: Opinioni, considerazioni e note personali sono ben evidenti all'interno del testo. Dal paragrafo L’eredità della diaspora - 僑民遺產 in poi il contenuto del testo è esclusivamente di carattere personale